venerdì 16 dicembre 2011

Napolitano, daddy pop


Non c'è luogo, salotto, vagone, negozio, circolo, sito, trattoria, redazione, confessionale in cui non si sia detto nelle ultime settimane, alzando il mento come a dar solennità: certo che il Giorgio l'è stato proprio bravo a 'sto giro... in due mosse ha spiazzato tutti e finalmente ha fatto… – pausa da cerimoniale, occhio sgranato verso una linea immaginaria con gli astanti in partecipata attesa – …politica.
Giorgio "The King" Napolitano, dicono i fan in forma di sceneggiatura, ha cacciato Berlusconi, ha salvato l'Italia dal baratro e ha ristabilito il decoro. Tre atti, come in un plot perfetto. Un Harry Potter targato Inps, occhialuto e dal passo british, ha dato spessore al motto più "migliorista" dei due mondi: primum vivere deinde philosophari. Con inclemenza e un senso assoluto delle procedure, sir Giorgio, il più regale dei comunisti italiani, il meno velleitario, il più pragmatico e poliglotta del Bottegone, non solo ha suscitato nuova speme nella borghesia italiana, affilando l’accetta dell'emergenza, ma si è guadagnato il podio del politico più popolare.

In tema di icone pop, è la forma che conta. E il polso del Presidente piace. Henry Kissinger, che per il decisionismo ha sempre coltivato un certo non so che, lo ha recentemente omaggiato con un «The best communist I know». Da serata degli Oscar. Crollata l'Urss, scemato il pericolo all'idrogeno, essere di quella scuola lì (stalinista, ma si fa per dire), in alcuni consessi – il Parlamento, Raiuno, Wall Street – può fare la differenza. Dopo John Lennon, Steve Jobs e Padre Pio, lo spirito dei tempi ha un nuovo testimonial (vivo): il presidentissimo.

Il manifesto di questa venerazione nazionale l’ha confezionato la rivista Wired, dedicando all'“uomo dell'anno” una copertina stile Time (che per contrappasso ha scelto la manifestante): Napolitano – manco fosse un modem di prossima generazione – «ha dimostrato negli ultimi dodici mesi una sorprendente velocità nel rimanere collegato alla realtà». Ecco, la realtà. O se preferite, il realismo. O ancora, l’oggettività (degli eventi). L'esatto contrario di ciò a cui i nostri beniamini in formato t-shirt ci avevano abituati, così avvezzi a correre sulla banda larga dell’utopia: Ernesto Che Guevara e il socialismo, Cristo e il Paradiso, Marilyn e l'amore eterno. Il “reggitore sussidiario” (così il primo cittadino è stato definito dall’Avvenire), con la sollecitudine di un «obbedisco» rivolto a Francoforte, si è fatto alfiere della “realtà”. A ben vedere, è la sua poetica. Lo ha ricordato recentemente anche il New York Times. Di fronte all'inquietudine della Storia, il suo dito si è puntualmente diretto senza incertezza sul pulsante dell'ordine costituito. Accadde nel lontano 1956, con i fatti d'Ungheria. È accaduto ieri con la caccia a Gheddafi. Avviene oggi con il governo più liberista che l'Italia ricordi.

Temperato fuori, arzillo nell'intimo, SuperGiorgio tradisce l'immagine da nonno putativo di cui hanno spesso goduto i primi cittadini (Pertini in testa, amato e coccolato pure da un sabotatore dell'immaginario come Andrea Pazienza) per interpretare con maggiore efficacia quella del Padre (nel doppio senso, laico e cristiano) che, dopo una lunga stagione di riflessione sabbatica, torna ad essere come lo ricordavamo: severo, inflessibile e volitivo.

Se Obama è il fratello grande con cui tirare di pallone, Napolitano è il genitore da ricevere con mani lavate e schiena dritta. È quello che quando parla lui, a cena, bisogna ascoltare senza contraddire. A cui mostrare i compiti in attesa della ramanzina. È l'autorità indiscussa. In famiglia. Perché sul pianerottolo c’è sempre qualcuno in paltò – il dottor Partito, il signor Nato o la signora Bce – che papà tratta con deferenza. Perché, babbo? «Non sono affar vostri. E ora: a letto».

Per buona parte degli italiani percepire lo scudiscio dell'autorità, dopo l'ennesima prova fratricida a cui il berlusconismo li aveva condotti, può risultare piacevole. Così come l'assistere all'azione riparatrice e consolatoria del deus ex machina della sinistra italiana, vivido portavoce del “c'è vita dopo gli ottanta”, può suonare addirittura messianico. Vendicatore dei giusti, Napolitano raccoglie intorno a sé tutti coloro che non concepiscono la politica slegata dal dirigismo, e che di fronte al movimentare sociale vengono colti da insopportabili pruriti.

E se commentatori ed editorialisti si concentrano sul profilo istituzionale, ai social network è riservato il canto dell’anima (la costruzione di un’icona non potrebbe prescinderne). Su Youtube i palinsesti presidenziali sono dominati dalle clip della commozione: quelle sequenze in cui Giorgio, al pronunciar parole sentite, cede alle lacrime. Decine di commenti emanano dalla sua voce rotta. «Il nostro presidente è un vero uomo ke si vede ke ci tiene alla patria». Facebook conta più di cento bacheche ispirate alla figura quirinalizia. E un video “didattico” ripreso dalle maggiori testate “veste” sir Napolitano di tutti gli abiti del suo carattere: forte come Hulk, audace come un rugbista, abnegato quanto un crociato, ispirato quanto Mosè, profetico come Matrix e attuale quanto un rapper.

Eppure, vien da pensare che cotanta passione per il papà prodigo è destinata ad affogare nelle lacrime e del sangue che lo stesso presidente annuncia quotidianamente. La patina da uomo della Provvidenza (o Previdenza, meglio) si eclisserà, forse, rivelando quell’antico e stantio e per nulla innovativo modo di pensare la politica e le sue conseguenza: prima vivere e poi, se c’è tempo, se mi va, se non ho altro da fare e se mi stai simpatico, filosofare.

1 commento:

  1. Ho proprio la sensazione che qui in Italia si abusa con il vino, io invece ho una memoria da elefante. Ricordo le firme del Presidente ai tempi di B., almeno due, evitabili. Non l'ho mai considerato uomo di polso ma si sa che vale la voce del popolo e così sia. Comunque signor Cappozzo lei ha una penna invidiabile.

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