Matej Curko, l'antropofago slovacco ucciso il 10 maggio scorso mentre stava per mantecare un amico, ci ha lasciato ampia documentazione su come friggere un seno. Il taglio, il tipo di padella, i tempi e le spezie. E un ventaglio di contorni a cui attingere. Armin Meiwes, meglio noto come il cannibale di Rotenburg, nel 2007 spiegò all'affamato pubblico televisivo come la carne delle sue vittime avesse «un odore insolito, e tuttavia piacevole, come di maiale. Una volta in bocca risulta molto tenera e saporita nel gusto». L'importante, precisò Meiwes, è aprire le danze con il boccone del re, il pisello. «Va fatto rosolare velocemente nell'olio di oliva con un pestato di aglio e cipolla». Scegliere con cura la provenienza di cotanta ciccia – maschio bianco dai 18 ai 30 anni.
sabato 20 agosto 2011
lunedì 1 agosto 2011
La versione di Andrea Marcenaro
Una vestaglia bianca con uno squarcio sul lato coscia. Pantofolato. Due, tre paia di occhiali. Un pacchetto di sigarette nella tasca destra. «Vuoi un caffé?». In cucina, una pila di barattoli di marmellata di prugne. In soggiorno, due mappamondi lignei, enormi. In salotto una parete zeppa di foto di famiglia, da un lato. Disegni delle nipotine, dall’altro. Due sedie scomodissime, al centro. Nello studio, un grande computer bianco e una torre di giornali. Fuori, una palma altissima e canuta. «È morta, andrebbe tagliata». È sabato mattina. C’è sole e tutti al mare. Andrea Marcenaro, invece, deve scrivere una nuova “Andrea’s version”, la rubrica per Il Foglio. Deve scrivere quella cosa che in molti considerano un rap quotidiano, un’overture, un’apnea verso la battuta finale, un tonico, un calcio di rigore, un tuffo da mille metri, un lubrificante per la crisi, una barra di cacao, una sigaretta tabacco e miele, un poker d’assi. «Io giocavo molto a carte. Insieme a Erri De Luca e Lanfranco Pace, veri professionisti». Come una tisana, la rubrica di questo genovese di 60 anni e passa depura da tutte le tossine del ben pensare. «Ma non capisco proprio perché vogliate intervistarmi». Si siede come si sarebbe seduto Barney, quello la cui Versione fece scuola: con una lentezza ben scandita. «Cosa posso dirvi di utile?» Nulla. Questa vuole essere, e sarà, un’intervista totalmente non necessaria. Secondo la migliore delle filosofie.
domenica 17 luglio 2011
Roma violenta, nostalgia (della) canaglia
«E mo'? Che famo? Questi ammazzeno sul serio, mica pe' ride. No, dico, questi te pijano cor trucco daa rota bucata e te fanno fuori co' 9 pistolettate. Magari solo perché hai pestato er piede a quarcuno, anni addietro. A un cravattaro, 'no spacciatore, a n'amico de n'amico. Va a capì. Eppoi dicono, occhio quanno giri pe' San Lorenzo, Tor Pignatta, o lì, a San Basilio. Macché, questi spareno a Prati, er quartiere de quelli co li sordi. Boh, per me è 'n casino vero. Cioè, vojo dì, me pare 'na cosa seria».
Sì, probabilmente è una cosa seria, o per meglio dire: ora si comincia a vedere che la cosa è seria.
Sì, probabilmente è una cosa seria, o per meglio dire: ora si comincia a vedere che la cosa è seria.
giovedì 7 luglio 2011
Il gossip è morto
Il gossip è morto. Dopo mesi dominati dalla politica dell’origlio e dall’esercizio quotidiano dello spioncino, il gossip è morto. Falcidiato dalle folte truppe di tessitori di lettere scarlatte, il gossip è morto. Schiacciato dalle vicende pecoreccio giudiziarie di Berlusconi e dalle reazioni uguali e contrarie dei neo puritani associati, il gossip è morto. E questa è l’unica cosa certa, perché se fosse vivo sulle prime pagine dei grandi giornali e siti web non campeggerebbe quel velo di sobrietà che fa tanto poco estate.
martedì 21 giugno 2011
Desiati? Stregatelo!
– Luglio, col bene che ti voglio, porta un premio in dono al narrator di Puglia che con un libro tosto, di lingua ricca e schietta, racconta la vicenda di una ragazzetta che dagli scogli e il mare, a seguire il padre, in Svizzera finì. Mimì. E lì, conoscerà un amore e l'inizio di una cosa con un nome, Ternitti, che non bisognava respirare. Poi, donna, con Arianna, tornata giù, fiera e sorprendente, l'intero paese da sopra un tetto finalmente riscattò –. Bene, con questa filastrocca sbilenca noi imbuchiamo nella cassetta del Premio Strega la nostra preferenza: vota Mario, vota Mario Desiati. Ci piace la sua protagonista, l'italiano e il dialetto salentino, le feste sacre e la modernità, il Sud arcaico e un Nord infinito e disperato, la vigliaccheria dei maschi e la forza delle vedove, la loro solitudine. E quel mostro dal nome poco conosciuto: asbestosi. La malattia avvelenata d'amianto che negli anni Sessanta divorò il corpo di centinaia di lavoratori pugliesi saliti a Zurigo senza armi e con pochi bagagli. Porteremmo fortuna a questo 34enne già pluripremiato così come fu per la scorsa edizione con Antonio Pennacchi, che a noi solo dovette la vittoria? Desiati dice no, non sarà così.
venerdì 17 giugno 2011
Vincere!
Stare bene. Dagli altoparlanti della canzone popolare risuona il motto: stare bene. Mangiare sano, pedalare senza tregua, stile-rana-dorso, dar di pilates, intossicarsi di maratone, caldissime saune finlandesi, tisane di ortaggi, ore alla wii balance, roteare il collo ogni dieci mail, smettere di fumare (e infatti: dove è nascosto il sigaro ciancicato di Bersani?).
Il fisico da intellettuale, segaligno, pallido, con le costole in vista e le chiappe depresse ha ceduto il posto al corpo democratico, asciutto, con gli addominali in fila per tre e un colon fichissimo. Dismessa la fregola rivoluzionaria, il buon compagno si è immerso in calendari ginnici, misurazioni cardiache e monitoraggi calorici. Alle scarpe rotte (eppur bisogna andar…) ha preferito quelle in saldo da Decathlon. Il pugno chiuso, se si allarga l'inquadratura, tiene ben stretta l'asta su cui a suon di flessioni si dà un senso ai deltoidi.
Il fisico da intellettuale, segaligno, pallido, con le costole in vista e le chiappe depresse ha ceduto il posto al corpo democratico, asciutto, con gli addominali in fila per tre e un colon fichissimo. Dismessa la fregola rivoluzionaria, il buon compagno si è immerso in calendari ginnici, misurazioni cardiache e monitoraggi calorici. Alle scarpe rotte (eppur bisogna andar…) ha preferito quelle in saldo da Decathlon. Il pugno chiuso, se si allarga l'inquadratura, tiene ben stretta l'asta su cui a suon di flessioni si dà un senso ai deltoidi.
lunedì 6 giugno 2011
Se Mazinga avesse salvato Alfredino
Lo scorso 30 maggio i due corsivisti più seguiti d'Italia hanno avuto la stessa impressione: la vittoria di Pisapia nella casa del Biscione ha segnato la fine degli anni Ottanta. Per la cronaca, Michele Serra ha scritto questo:
«Ieri, lunedì 30 maggio 2011, verso le quattro del pomeriggio, sono finiti per sempre gli anni Ottanta italiani, il decennio più lungo della storia del mondo. È finita la politica del cerone e delle facce rifatte, delle convention, delle escort, delle olgettine, degli spot, della tivù dei telegatti e delle cerimonie di corte, dell’edonismo fintoallegro, dell’ignoranza caciarona spacciata per genuinità popolare (ingannando atrocemente il popolo). È finita la fiction». (continua qui)
«Ieri, lunedì 30 maggio 2011, verso le quattro del pomeriggio, sono finiti per sempre gli anni Ottanta italiani, il decennio più lungo della storia del mondo. È finita la politica del cerone e delle facce rifatte, delle convention, delle escort, delle olgettine, degli spot, della tivù dei telegatti e delle cerimonie di corte, dell’edonismo fintoallegro, dell’ignoranza caciarona spacciata per genuinità popolare (ingannando atrocemente il popolo). È finita la fiction». (continua qui)
martedì 24 maggio 2011
Biennale, 200 apostoli e un papa
Sapete quel matitone rosso e blu dell’ufficio censura? Quando il funzionario vergò di rosso vaste parti dell’adattamento del Galileo di Bertolt Brecht, Angelo Maria Ripellino disse, voltando le spalle: «No, grazie». Era il giubilante 1950, e il testo tra i più anticlericali della storia. Ma il celebre slavista rinunciò alla messa in scena, non volendo «fare una cosa brutta».
giovedì 19 maggio 2011
Non spegnete quella cicca
Ho smesso di fumare un anno e mezzo fa. Diciotto mesi. Cinquecentoquarantasette giorni, più o meno. Nell'estate del 2001 fumavo molto. Ne accendevo una dopo l'altra. Un chain smoker. Una catena di cicche. La mia fama, tra i polmoni, era pessima.
lunedì 16 maggio 2011
Lo spionaggio partecipativo
venerdì 6 maggio 2011
Centri sociali
L'Ikea è il luogo dove – no, non ci sono dati scientifici, pura indagine sul campo – si consumano i litigi più strazianti della storia delle coppie. Si entra con la voglia di metter su famiglia, si esce con il desiderio di sterminarla. Il bacio collettivo in risposta alle dichiarazioni del sottosegretario Giovanardi ha mitigato questa verità, trasformando i grandi magazzini nel quartier generale dell'amor profano e dei diritti universali. Il flash mob pomiciante sotto l’insegna giallo blu ha reso il mobilificio svedese uno spazio non solo sociale – l'oggetto stesso del consumo, dove spendere (appunto) il proprio tempo – ma finalmente politico. Un timido inizio (come quello contro la violenta titolare di Tezenis, a Porta di Roma), in uno dei luoghi deputati allo svago, secondo statistiche recenti, del 35 percento dei ragazzi (il resto si divide tra il bar sotto casa, lo stadio e la cameretta).
sabato 30 aprile 2011
Il lavoro, e beato chi ci crede
Una giornata bagnatissima - sarà - quella di domani. Come la scena raccontata nel film Roma di Federico Fellini, girata sul grande raccordo: lì la telecamera entrava nelle automobili in coda, e tra clacson e cavalli azzoppati restituisce ancora oggi una delle (sur)realtà tipiche della kaputt mundi.
Il regista girò quasi tutta la pellicola nel perimetro di Cinecittà: i vicoli di Trastevere, il Pincio, la stazione Termini. Per risparmiare, forse, e per sottolineare la naturale continuità tra Roma e l'immaginario cinematografico.
Domani l'intuizione felliniana tornerà con prepotenza. Una fiumana di persone, un esercito di comparse riempirà le strade e le piazze della città, dando vita a un colossal in presa diretta. Con canti e speranze, si raccoglierà intorno all'omaggio di un riferimento, un simbolo che per molti anni è stato al centro della vita di ognuno. E che oggi, con la sua assenza, rende più fragili le giornate di chi gli ha creduto.
Domani primo maggio si festeggia il lavoro.
(il miracolo del conclave di sinistra sarebbe eleggere a idea questo pensiero: reddito per tutti. Semo romani, volemose bene, damose da fa')
Il regista girò quasi tutta la pellicola nel perimetro di Cinecittà: i vicoli di Trastevere, il Pincio, la stazione Termini. Per risparmiare, forse, e per sottolineare la naturale continuità tra Roma e l'immaginario cinematografico.
Domani l'intuizione felliniana tornerà con prepotenza. Una fiumana di persone, un esercito di comparse riempirà le strade e le piazze della città, dando vita a un colossal in presa diretta. Con canti e speranze, si raccoglierà intorno all'omaggio di un riferimento, un simbolo che per molti anni è stato al centro della vita di ognuno. E che oggi, con la sua assenza, rende più fragili le giornate di chi gli ha creduto.
Domani primo maggio si festeggia il lavoro.
(il miracolo del conclave di sinistra sarebbe eleggere a idea questo pensiero: reddito per tutti. Semo romani, volemose bene, damose da fa')
venerdì 15 aprile 2011
Asor Rosa, Lipperini e il problema
Prima leggete qui.
La bacheca a cui si allude è la mia.
(Mi sia concesso di saltare a pie’ pari sul commento “eutanasia”: tutti sappiamo che in rete chiunque dice la qualunque, così vanno i network, e censurare, più che scorretto, è inutile).
Mia (nostra?) è la colpa di non aver voluto ragionare sulle reali motivazioni che stanno alla base della forzatura di Asor Rosa. È vero. Occasione mancata. Ho preferito dargli del rimbambito che aprire un dibattito sulla fine delle istituzioni. Un po' come quando si liquida Berlusconi con un «quel nano mafioso». Oddio, non proprio così, ma quasi.
(Mi sia concesso di saltare a pie’ pari sul commento “eutanasia”: tutti sappiamo che in rete chiunque dice la qualunque, così vanno i network, e censurare, più che scorretto, è inutile).
Mia (nostra?) è la colpa di non aver voluto ragionare sulle reali motivazioni che stanno alla base della forzatura di Asor Rosa. È vero. Occasione mancata. Ho preferito dargli del rimbambito che aprire un dibattito sulla fine delle istituzioni. Un po' come quando si liquida Berlusconi con un «quel nano mafioso». Oddio, non proprio così, ma quasi.
giovedì 14 aprile 2011
Il golpe di Asor
«Ciò cui io penso è invece una prova di forza che [...] scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato, congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale».
Voi direte: Pinochet. No, Alberto Asor Rosa. Qui.
Voi direte: Pinochet. No, Alberto Asor Rosa. Qui.
to be continued
mercoledì 13 aprile 2011
La pagina di Milena
Un pomeriggio di alcuni mesi fa mi ha chiamato sul cellulare una preoccupatissima Milena Gabanelli. «Sono Milena Gabanelli». Ho pensato che fosse vero dalla voce. La voce di Report non si confonde. «So che tu sei un esperto di Facebook». No, non sono un esperto di nulla. Ma ci sono cose dove si può fingere esperienza. Facebook è una di quelle. «Qualcuno ha aperto una pagina a mio nome, senza il mio permesso». Il tono si faceva duro, severo. Tanto che per un secondo ho avuto il timore di essere io, il colpevole. «E ora arrivano sulla bacheca di moltissime persone testi a mio nome, documenti e foto che io non ho mai autorizzato».
Avevano semplicemente aperto una pagina pubblica, di quelle dedicate ai personaggi noti, e invitato gli utenti a diventarne fan. «Non mi interessa, io voglio che quella pagina venga chiusa».
Vedendo la puntata di Report dell'altra sera, dedicata appunto a Facebook, mi è tornata in mente questa telefonata. Temo che le critiche mosse al social network da Gabanelli, il tono millenarista e dietrologico con cui ha confezionato l'inchiesta, nasca da lì, da quell'imperdonabile “abuso”, dall'apertura di una pagina che portava scritto nel titolo: «questa è la bacheca dei fan di Milena Gabanelli, la migliore giornalista della televisione italiana».
Berlusconi rende liberi
«C'è un topo in cucina. Finirà che morirà se non l'ammazzo». Dice così il vecchio cieco di Finale di partita di Samuel Beckett, impartendo l'ennesima lezione di vita al servo Clov, di cui è infine dipendente. «Ho pagato Ruby per evitare che si prostituisse», dice Silvio Berlusconi, autore e interprete delle sue operette. Ha una sua logica: assumere il potere sugli altri significa sottrarli al mondo marcio e cattivo, dove regna il caos. Il motto “Il lavoro rende liberi” era affisso all'entrata del lager, non all'uscita.
Verrebbe da aggiungere che Berlusconi ha pagato Fede per evitare che facesse il giornalista. E Gasparri il politico. E Frattini il ministro. E così via.
Verrebbe da aggiungere che Berlusconi ha pagato Fede per evitare che facesse il giornalista. E Gasparri il politico. E Frattini il ministro. E così via.
mercoledì 30 marzo 2011
Föra da i ball, Grillo dixit
«Io sono di sinistra e anti razzista ma credo che questi non sono affatto disperati, vengono ad invaderci, semplicemente non gli piace la loro casa e gli piace la nostra e se la vogliono prendere». Una riflessione da brivido primaverile che non viene dalla pancia ulcerata di un cittadino lampedusano. No, viene dalla testa di un commentatore del blog di Beppe Grillo. E – provare per credere – rappresenta a meraviglia il tenore generale.
lunedì 28 marzo 2011
Nascita di una nazione
C’è un film del 1915 dal titolo La nascita di una nazione. Narra della guerra civile americana e dei suoi effetti, e sostiene la madre delle tesi razziste: i neri sono inferiori, e dunque solo i bianchi possono esercitare e difendere la giustizia. Come? Inccapucciandosi e dandogli di forcone. Un atto di forza imposto dalla Storia per «osar sognare un giorno dorato dove la guerra bestiale non governerà più». Il film ebbe un grande successo.
martedì 15 marzo 2011
Questo è un paese per Vecchioni (e Jovanotti)
È così arsa, la gola della piazza, che la vittoria sanremese di Roberto Vecchioni ha avuto l'effetto di una pasticca balsamica. Con un brano che si ha come l'impressione di ascoltare da oltre 30 anni, il paroliere di Carate Brianza ha dimostrato alla sinistra in cerca d'autore che il consenso è a portata di mano. Senza spargimenti di sangue e gazebo.
Per marketing o patriottismo, e sospinto dal vento della Giovine Italia di Fazio, Saviano e Benigni, l’autore di Samarcanda concluso il festival si è gettato nel pellegrinaggio obbligato (dentro e fuori la tivvù) della buona retorica.
Per marketing o patriottismo, e sospinto dal vento della Giovine Italia di Fazio, Saviano e Benigni, l’autore di Samarcanda concluso il festival si è gettato nel pellegrinaggio obbligato (dentro e fuori la tivvù) della buona retorica.
lunedì 14 febbraio 2011
Il reality che piace a Marchionne
L’economista Jeremy Rifkin lo scrisse nel ‘95, in un noto saggio che è stato adottato e citato dalle destre e sinistre e ultrasinistre di mezzo mondo: “il lavoro è finito”. Sedici anni dopo, il canale più smart della tivvù, La7, realizza un programma che su quell’intuizione mette il suggello: Il contratto (sottotitolo: Gente di talento). In epoca Marchionne il lavoro diventa un montepremi. Niente pacchi, denari e parmacotti. Occupazione. Subordinata e garantita. Un tuffo nel passato, come quando il lavoro c’era.
martedì 18 gennaio 2011
Il comicismo
«Troppi sono oggi i fattori ansiogeni. La mia sarà una tv ottimista». Lo dichiarava Silvio Berlusconi a Camilla Cederna, in un'intervista per L'Espresso. Era il 1977. E la flebo di “ottimismo” che avrebbe condotto un intero paese nelle stanze del “miracolo italiano” cominciava a stillare le prime gocce.
Oggi, 34 anni dopo, a miracolo evaporato e fattori ansiogeni immutati, un comico pugliese, Checco Zalone, realizza il film più proficuo della storia, scalzando dalla classifica, con una pellicola di battute, un'altra comicità, quella di Roberto Benigni. C'è un collegamento tra la promessa di “levità” fatta dall'allora palazzinaro milanese e il grande successo del dispositivo comico di questi anni? Da Drive in ad oggi abbiamo imparato a ridere meglio? Delle battute ne siamo diventati più esperti o solo più dipendenti?
Oggi, 34 anni dopo, a miracolo evaporato e fattori ansiogeni immutati, un comico pugliese, Checco Zalone, realizza il film più proficuo della storia, scalzando dalla classifica, con una pellicola di battute, un'altra comicità, quella di Roberto Benigni. C'è un collegamento tra la promessa di “levità” fatta dall'allora palazzinaro milanese e il grande successo del dispositivo comico di questi anni? Da Drive in ad oggi abbiamo imparato a ridere meglio? Delle battute ne siamo diventati più esperti o solo più dipendenti?
lunedì 10 gennaio 2011
Mattia Pascal è stato arrestato
Lì in California, dove batte sempre il sole, il deputato democratico Joe Simitian (cercate una sua foto in rete, è identico a Bettino Craxi) ha proposto e fatto approvare la Sb 1411, legge (in vigore dallo scorso primo gennaio) che punisce coloro che navigano nei social network sotto mentite spoglie con un’ammenda fino a mille dollari e un anno di reclusione.
martedì 2 novembre 2010
Io sono Prince
Tra pochi minuti sarò al concerto romano di Roger Nelson in arte Prince, ho già indosso un cappotto grigio che ricorda quello di Under the Cherry Moon (1986), e ciò che segue è scritto a memoria e sebbene qualcuno possa obiettare che questo non è “rigoroso” sappia che è frutto di anni di ricerca, osservazione e soprattutto amore, Love, con il segno della pace in luogo della “o” e il “4” per dire “for” e l'occhio (eye) al posto dell'io inglese, icone ben prima della rete, non semplici fanatismi, ma immedesimazione, nelle gesta, nelle parole e nei fallimenti di Prince da Minneapolis, 52 anni, mille strumenti tra le dita [...]
venerdì 29 ottobre 2010
Linciando Melissa
Comunica l’intenzione di scrivere un nuovo libro – operazione tra le più consuete, oggigiorno – e al cielo s’alza un coro di latrati. Esce l’agenzia di lancio, e scocca l’ora delle préfiche, cupe e lagnanti. Rilascia interviste, e tutti in fila a divorare e sputare le sue risposte. Una volta pubblicata, l’opera viene sezionata come un rospo putrido, da esporre tra gli schifi della natura. Questo è il trattamento riservato da buona parte del circolopìquic a Melissa P(anarello), autrice di Tre (Einaudi, pp. 172, 16 euro), già best seller con i Cento colpi di spazzola (tradotto in 42 lingue, tre milioni di copie vendute – «merito del marketing», dice qualche genio con un manoscritto in tasca), e appestata numero uno dei cataloghi letterari italiani. Il termine più appropriato per definire tale operazione è: linciaggio. Che nulla ha a che fare con lo stile, la fantasia, la prosa, la poetica, l’immaginazione che nel libro si possono eventualmente scorgere. L’indignazione che muove tanta parte dei lettori professionisti è pre-letteraria. Non si curano del peccato. Ciò che interessa è la peccatrice. La donna col volto da ragazzina che viene dall’Etna, che scrive (anche) di sesso, che fa sesso, che lo racconta in tivvù, lassù, quaggiù e vende di più. Tiè.
Il "destino" di Paul: salvare John
Paul racconta: «Decidemmo praticamente da subito che le canzoni dovevano essere di Lennon e McCartney perché ci ispiravamo a Rodgers e Hammerstein, gli unici due autori che conoscevamo insieme a Lerner e Loewe. Per noi questi nomi erano diventati sinonimi di composizione, perciò volevamo che i nomi fossero due. Io avrei preferito “McCartney/Lennon” ma John aveva una personalità più forte e credo che si fosse già messo d’accordo con Brian (Epstein) prima che io arrivassi. John era fatto così. Non che sia sbagliato ma io ero decisamente meno astuto. Aveva un anno e mezzo più di me ed evidentemente sapeva come girava il mondo. Ricordo che durante una riunione mi dissero: “Pensiamo che le canzoni debbano essere attribuite a Lennon/McCartney”. Io risposi: “Scusate, perché prima Lennon? Non è meglio McCartney/Lennon?”. Ma erano tutti d’accordo: “Lennon/ McCartney suona meglio”. “Anche McCartney/Lennon suona bene”, replicai. Ma alla fine dovetti cedere: “Oh, basta, andate a fanculo!”. Però poi ci mettemmo d’accordo, e tutti i pezzi dell’album Please please me vennero siglati McCartney/Lennon». Durò poco.
giovedì 7 ottobre 2010
Diritto, rovescio, sotto rete. Ecco Anna Paola Concia
L’appuntamento è alle 19 in piazza Montecitorio. Meno cinque, quattro, tre, due, uno. La deputata che vien da Avezzano conquista la linea del traguardo spaccando il secondo. Una veloce ricognizione dello spazio circostante per individuare il cronista, e salutarlo con una tenuta fisica che consenta di compiere il gesto senza: 1. interrompere la telefonata, 2. far cadere la risma di documenti, 3. perdere il borsone sulla spalla. Comincia a piovere. Con due salti dorsali e un rapido allungo guadagna l’entrata del palazzo. Piroetta tra i tornelli e con movimento ciclico raggiunge il bancomat degli onorevoli. Ruotando di 180 gradi l’asse coxo-femorale digita il pin senza dare le spalle a chi le parla. Quattro falcate verso l’uscita. Con un’escursione articolare oltre il possibile, verifica l’atmosfera. Non piove più. Potenzia la rullata plantare fino ad avviare uno stacco che la condurrà dopo meno di 11 secondi al tavolo in fòrmica di un happy hour. Qui plana e ordina: «Per me uno spritz, grazie».
domenica 19 settembre 2010
Irene Pivetti: Il mio motto? Servire il popolo
Non è mai andata bene, Irene Pivetti. Da quando ha esordito, ogni sua scelta è stata accompagnata dalle voci bianche dell’indignazione, sempre pronte – lì – a stigmatizzare abito e monaco. Quando nel 1994 fu eletta a soli 31 anni presidente della Camera (e diamine, cosa volete di più? giovane e donna), editorialisti di rango come Michele Serra scrissero: «La devota Irene Pivetti è la prova vivente dell’esistenza dei miracoli: nessuno può spiegare razionalmente come poté diventare la terza carica dello Stato». Identico tenore quando, alcuni mesi dopo, si trovò suo malgrado nella tormenta post ribaltone. Gianfranco Fini (come cambiano i tempi) la incalzò a più riprese, «dimettiti, non puoi criticare Forza Italia», con allusioni poco velate su una presunta ignoranza istituzionale (data la giovane età della donna, anche qui). E ancora: all’inizio – se vestiva orribili completi a quadri e teneva le mani giunte – era la “pia Irene”. Poi, vestiti più moderni e acconciatura vaporizzata, «ha finalmente conquistato una mascolinità femminea» (Ida Magli. Magari non è un insulto ma suona tanto male). Si sposa con Alberto Brambilla, 10 anni più giovane, e il Transatlantico si trasforma nella bocciofila della morale. «Non è bene, non è bene». E ora che Alberto l’ha lasciata gli stessi giornali di allora titolano: «La fine di una favola». Cacciata dalla Lega («Ha tradito», pronunciato in padano stretto), presiede l’Udeur di Mastella («È l’amante di Clemente») e infine abbandona la politica («Sì, però continua ad avere ufficio e servizi pagati con i soldi pubblici»). Entra in tivvù, si taglia i capelli cortissimi, indossa vestiti sempre più sexy fino a trasformarsi in catwoman e il commento è unanime: «questa è impazzita». Poi però lei appare serena e divertita dalle sue continue avventure e allora – finalmente – la giuria popolare tace. Commette un solo vistoso errore: la partecipazione a Ballando sotto le stelle. Danzare male sta agli occhi come il violino di un principiante agli orecchi.
Poi c’è l’ultimissima notizia. La mancata nomina ad assessore a Reggio Calabria. Avrebbe dovuto promuovere l’immagine della città. Questa volta cos’è che non andava?C’è stata una forte levata di scudi contro il sindaco Giuseppe Raffa da parte del Pdl. Non vogliono assessori non nati a Reggio. Solo politici autoctoni.
Poi c’è l’ultimissima notizia. La mancata nomina ad assessore a Reggio Calabria. Avrebbe dovuto promuovere l’immagine della città. Questa volta cos’è che non andava?C’è stata una forte levata di scudi contro il sindaco Giuseppe Raffa da parte del Pdl. Non vogliono assessori non nati a Reggio. Solo politici autoctoni.
giovedì 9 settembre 2010
Sei il nostro Joe Strummer e in tuo nome spakkeremo tutto
Lanciando l’ultimo album di Fabri Fibra, Controcultura, l'editrice Universal ha impugnato la penna e dichiarato: noi prendiamo le distanze da quanto contenuto in questo disco. Tanta premura per qualche battuta da gossip e un passaggio, censurato, sulla «paura di prendersi l’Aids». Avete presente i Truceklan da Centocelle. Cercateli su youtube, ascoltate “Roma violenta”. Attaccano il brano rammaricandosi di non vivere più nella Magliana della banda, quando ci si «ispirava ai gangster degli anni ‘30». Truci seri, i Truceklan.
venerdì 13 agosto 2010
2020, lo strano silenzio di Berlusconi
Roma, 15 agosto 2020
Caro amico,
accade proprio nelle giornate come questa, storditi dall’afa e dall’amaca, di incartare la mente con la regina delle domande: cosa è successo quella notte di dieci anni fa? Nessuno può esonerarsi dal rispondere. C’eravamo tutti. E tutti desideravamo qualcosa. Chi la sua morte, chi la sua rinascita. Qualcuno pregava, altri cantavano. Altri ancora, come noi, immaginavano il dopo (più per esorcizzare il dramma che perché ne fossimo capaci). Dentro le case, nelle parrocchie, in piazza, nei centri commerciali, l’intero paese fingeva di lavorare, divertirsi e consumare al basso continuo dell’angoscia. Qualcuno paragonò l’atmosfera di quegli anni al clima che emanò dal rapimento Moro. Ma stavolta non c’era fermezza, non c’era tattica di sorta, non c’era neanche lo Stato. Unica cosa in comune con quell’evento – lo scriverà Galli della Loggia due anni dopo – «è il salto di qualità, la potenza del gesto. Sebbene non siano le Br a lanciare l’offensiva, ma Dio in persona».
Se solo si potesse trattare con qualcuno!, ci rammaricavamo. E scambiare al mercato nero del fato la felice soluzione con, che so, un fiume. O un intero consiglio d’amministrazione. O una squadra di calcio di serie A. Interrompete questo strazio e noi vi regaliamo la Lazio. Ridevamo di noi stessi. Della nostra maniera tutta infantile di relazionarci all’avvenimento che avrebbe cambiato le nostre vite.
Caro amico,
accade proprio nelle giornate come questa, storditi dall’afa e dall’amaca, di incartare la mente con la regina delle domande: cosa è successo quella notte di dieci anni fa? Nessuno può esonerarsi dal rispondere. C’eravamo tutti. E tutti desideravamo qualcosa. Chi la sua morte, chi la sua rinascita. Qualcuno pregava, altri cantavano. Altri ancora, come noi, immaginavano il dopo (più per esorcizzare il dramma che perché ne fossimo capaci). Dentro le case, nelle parrocchie, in piazza, nei centri commerciali, l’intero paese fingeva di lavorare, divertirsi e consumare al basso continuo dell’angoscia. Qualcuno paragonò l’atmosfera di quegli anni al clima che emanò dal rapimento Moro. Ma stavolta non c’era fermezza, non c’era tattica di sorta, non c’era neanche lo Stato. Unica cosa in comune con quell’evento – lo scriverà Galli della Loggia due anni dopo – «è il salto di qualità, la potenza del gesto. Sebbene non siano le Br a lanciare l’offensiva, ma Dio in persona».
Se solo si potesse trattare con qualcuno!, ci rammaricavamo. E scambiare al mercato nero del fato la felice soluzione con, che so, un fiume. O un intero consiglio d’amministrazione. O una squadra di calcio di serie A. Interrompete questo strazio e noi vi regaliamo la Lazio. Ridevamo di noi stessi. Della nostra maniera tutta infantile di relazionarci all’avvenimento che avrebbe cambiato le nostre vite.
martedì 6 luglio 2010
La criptonite di Taricone
venerdì 18 giugno 2010
Nicola Lagioia: Noi degli anni ’80, sfruttati ma sfruttatori in erba
Il nostro amico Arnold, per disfunzioni renali, non ha mai superato i 130 centimetri di altezza. E ne ha vissute parecchie altre, di sfortune. È stato in causa con i genitori, che si erano impossessati dei suoi guadagni da attore. Ha provato a lanciarsi in politica candidandosi alle primarie di governatore della California nel Partito Repubblicano, arrivando ottavo, trombato da un altro Arnold (Schwarzenegger), bianco, austriaco e (già) muscoloso. È stato arrestato, rilasciato e ancora arrestato. Una vita così, fino allo scorso 28 maggio, quando è caduto da una scala nella sua casa di Salt Lake City, battendo la testa. E morendo a soli 42 anni. Qualche settimana prima, con un colpo di fucile si era tolto la vita Tyler Lambert, il figlio venticinquenne di Dana Plato, l’interprete di Kimberly Drummond, la sorellastra di Arnold. Dana Plato era già morta, nel 1999, per un abuso di farmaci, dopo aver partecipato a una trasmissione e aver comunicato a mezza America il suo gran ritorno. Detto questo mi attenderei dallo scrittore barese Nicola Lagioia, responsabile della collana Nichel alla minimum fax, conduttore su RadioTre e penna critica della generazione nata nei Settanta e cresciuta nei palinsesti degli Ottanta, una lettura non convenzionale della catena di sfiga che ha colpito le nostre amate star. Mi spiazza: non ci vede nulla di particolare. Per lui quei finali di partita non hanno niente di emblematico, e altro non aggiungono se non misere parabole (e marginali) alla Hollywood Babilonia. Anche se poi, chi dice qual è il modo migliore per uscire di scena? «Non dimentichiamoci – ricorda Lagioia – che Elvis Presley è morto sul cesso, per un attacco cardiaco. È più triste, non credi?».
martedì 27 aprile 2010
Finché noia non ci separi
Può accadere di gradire un misto di formaggi a casa di amici. Chiacchierare in allegria, evitando di urlare perché i bimbi dormono. Può accadere di notare, tra lazzi e caciotte, che sono 45 minuti che la conversazione è accompagnata da un bizzarro loop sonoro. Può accadere che qualcuno, stranito da quelle note sintetiche, ricerchi la sorgente nello stereo o in un cellulare sul comò. Scoprendo infine che la fonte di quel profluvio sia nientepopodimenoche il jingle del menù della Nintendo Wii, il videogioco che si pratica correndo e saltando, e che i padroni di casa hanno tenuto acceso con naturale ostentazione (e come memento mori). Può accadere dunque che un gruppo di quasi quarantenni ceni e conversi di amabili resti sulle note di Wii Sports Resort per oltre tre quarti d'ora, senza poter contare su un residuo di anticorpi che avverta: «dementi, perché non mettete su un disco, foss'anche di Drupi?».
martedì 20 aprile 2010
Nati per servire
lunedì 15 marzo 2010
Aldo Busi, l’amico del diavolo nel palinsesto di Dio
Poi finirà che la Rai, la tivvù di dio, lo riaccoglierà tra le sue ampie braccia. Così è accaduto per Leopoldo Mastelloni, che durante una puntata di Blitz (1984) spedì nell’etere una sonora bestemmia. Così è successo in tempi più recenti al toscano Ceccherini, naufrago imprecatore. Così capiterà, dunque, ad Aldo Busi, strepitoso nel sabotare la diretta con 15 minuti alla “pasquino”. Lo ricorteggeranno per coerenza alla parabola del figliol prodigo. Anteprima ne sia la confessione-assoluzione di badessa Ventura sulla sua web-tv (così come fu per Morgan con don Vespa e con sora Clerici a Sanremo). Ma lui, al lungo codazzo di pallidi scherani col ditino ancora umido di morale, – ne siamo sicuri – farà trombetta.
domenica 14 marzo 2010
Il favoloso mondo di Oreste
Ci vuole pazienza, ma per conoscere bene il personaggio è utile passare per questa dotta citazione: «Proponendo un’antropologia sociale alternativa, Henri Lefebvre ha sostenuto la necessità di affrancare la quotidianità dal ruolo che essa svolge nel capitalismo, dove serve soltanto a riprodurre le caratteristiche imposte alla vita collettiva da parte della classe dominante. L’abitudine è una sorta di deposito sotterraneo all’interno del quale si sedimentano le convenzioni e le menzogne del potere, è qui che si trova la barriera che impedisce alla fantasia e all’inventiva individuali di trovare le vie per una propria espressione autonoma». Terni non è una bella città. E se ci nasci, e Oreste Scalzone lo nacque 63 anni fa, misuri più di altri il “deposito” abbrutente delle menzogne. Per questo, quando il cugino Claudio Petruccioli, ex presidente Rai, gli mostrò per la prima volta (anno 1959) i testi del filosofo francese, gli occhi di Oreste dodicenne si illuminarono d’immenso: una vita oltre Terni era possibile. Quel corpo così delicato si raddrizzò nell’orgoglio, i polmoni affaticati dalla nascita si riempirono di parole cantate, i pugni tante ossa e poca carne iniziarono a serrarsi. La metamorfosi si compì: Oreste, figlio di Giuseppe ed Eugenia Scalzone, era pronto alla guerra, e a divenire uno degli “imprescindibili” della contestazione italiana. (Per i critici, appare ora chiaro che buona parte della responsabilità di ciò che è accaduto nel paese dal ‘68 in poi è da addebitare a Claudio Petruccioli, ex presidente Rai).
Ma il favoloso mondo di Oreste Scalzone, se lo si volesse rappresentare, non avrebbe le scenografie delle insorgenze popolari, né le coreografie dei moti urbani. Avrebbe il profilo di una fisarmonica modello rosso rubino a 120 bassi e tasti ridotti. Un coro di ance raccolte in un solo aggeggio. Una piccola orchestra a tracolla, perfetta per i condannati al viaggio. Come lo slittino Rosebud, la cui perdita spinse citizen Kane a divorare il mondo, anche l’organetto di Oreste fu un regalo d’infanzia. Tradito dalla politica, ha passato 30 anni chiuso in un baule, per poi ricicciare a Parigi, e lì riabbracciare il corpo segaligno del suo primo padrone. «Me la regalò mio padre Giuseppe».
sabato 20 febbraio 2010
Il fasciocomunista è tornato
Il “fasciocomunista“ è tornato, e dà appuntamento per l’intervista a mezzanotte in punto. «So’ nottambulo, è ‘na cosa che m’è rimasta addosso dai turni in fabbrica». È tornato, Antonio Pennacchi l’ex missino, servitore del popolo, sessantottino, socialista, comunista, Cgillino, Uillino, operaio all’Alcatel Cavi, dottore in lettere, autore di 9 libri ed eroe cinematografico nell’interpretazione di Elio Germano. È di nuovo qui, il fratello del re dei notisti politici Gianni (da poco scomparso) e della deputata Pd Laura, ed è ancora incazzatissimo. «In questo paese di merda nessun giornale mi fa scrivere. Sono tutti conformisti». Ma intanto, il nuovo libro è in odor di premio Strega e i critici di prestigio lo hanno salutato come «un capolavoro, all’altezza di Manzoni. E grazie al quale capiremo l’Italia del futuro». Canale Mussolini (Mondadori, 20 euro, pp. 464), dal nome del canale “Acque Alte“ che ancora oggi attraversa il territorio di Latina, narra la storia di una famiglia veneta (i Peruzzi di Codigoro) migrati nel Lazio a prender parte all’immane impresa di bonifica. Lo spunto è autobiografico, e le ragioni dell’opera assai chiare: «Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo». L’epopea di un territorio e di un popolo, quello veneto pontino, raccontato con tono epico, con citazioni bibliche e con accenni ai giorni nostri. Un lavorone, di ricerca e d’affetti. Per queste e altre cento ragioni converrebbe leggere il romanzo prima di entrare in contatto con Pennacchi il combattente. Per evitare siparietti come questo: «Tu il libro l’hai letto?». No. «E allora de che parlamo?».
domenica 10 maggio 2009
«Io, Barbie, volevo essere una Bratz»
Lei è nata nel 1959. Cinquant'anni portati magnificamente.
Si aspettava rughe e artrosi? Mi spiace per lei, sono di plastica. Non invecchio.
Al contrario, è più bella.
Forse per lei. Per suo nonno ero meglio nel 1961, col grembiule da infermiera. O con l’uniforme da hostess.
Dubito che mio nonno giocasse con lei. Piuttosto mia madre.
Suo nonno mi comprava. Sua madre, semmai, è stata l’utilizzatrice finale, come dite dalle vostre parti. E presumo che sia stata una di quelle milione di stronzette che a una certa età, per affermare il loro rifiuto del passato, mi decapitavano e friggevano nel microonde.
lunedì 6 aprile 2009
Alda Merini, corpo profano
Il quadro che vedete qui a sinistra, così vicino e simile alla foto di Alda desnuda, è un’opera di Alberto Ziveri (1908-1990), campione della Scuola romana degli anni ‘30. “Faustina”, il titolo, era una prostituta (tra i soggetti preferiti al pittore, insieme ai militari - questo passava il convento), la regina dei postriboli capitolini. Gli interni in cui Ziveri amava ambientare i suoi ritratti erano graffi ati da una luce opaca, sospesa, distante dalla Roma monumentale che pure tutta le retorica del tempo permeava. Più vicino all’americano Edward Hopper che al coevo Sironi.
venerdì 10 ottobre 2008
Sono stato Alessandro Baricco
Sono stato Alessandro Baricco. Per cinque giorni - cittadino temporaneo del territorio chiamato Facebook - ho avuto i tratti del volto dello scrittore torinese e la sua stessa data di nascita. Ho conosciuto centinaia di persone, ho stretto amicizie, ho conversato con letterati e musicisti, ho consolato e discusso. Ho abusato dell'identità dell'autore di Novecento per scoprire come si vede il nuovo mondo da quella prospettiva.
domenica 15 febbraio 2004
Piccole occupazioni notturne
- Il 29 ottobre scorso dieci appartamenti vuoti sono stati pubblicamente assegnati dall'Agenzia Comunitaria Diritti-ACTion a famiglie in stato di emergenza abitativa. Questi stabili siti in Via delle Sette chiese, nel quartiere Garbatella sono da tempo sotto sequestro a causa del mancato rispetto da parte dell'azienda Immobildaunia srl, proprietaria delle case, dei vincoli urbanistici: lo sportello Action, insieme a decine di famiglie, giovani precari, anziani e lavoratori si e' riappropriata di questi stabili sfitti, occupandoli -.
lunedì 6 ottobre 2003
Delle calzature in tempi di migrazione
L'unico bagaglio che puoi portare è tutto ciò che non puoi lasciare indietro
(U2, All that you can't leave behind)
Dice Lazrak che le scarpe da ginnastica sono comode, lo sono comunque, anche se di infima marca. Sono ideali per i sampietrini, si adattano a tutto, jeans, pantaloni di velluto, tuta; è dunque utile averne diverse paia di riserva, per il lavoro e per lo svago. Abitando in un piccolo appartamento fuori le mura e lavorando al centro del centro storico e non avendo il motorino, le scarpe di gomma garantiscono un certo benessere. Lo si può constatare con l'esperienza e per successivi gradi di esclusione. A cominciare dai mocassini che, come è noto, con le scarpe da ginnastica non c'entrano nulla.
venerdì 30 maggio 2003
Primo: ricostruire tutti i passaggi
20030613 03761 - ZCZC0665/SXB - U CRO S0B S41 QBXL - UCCIDE IL FIGLIO CON DUE COLPI DI PISTOLA A ROMA. LA VITTIMA, CON PROBLEMI PSICHICI, AVEVA RICORRENTI CRISI - (ANSA) - ROMA, 13 GIU - Un uomo di 39 anni, con problemi psichici, è stato ucciso dal padre nella loro abitazione al terzo piano di un palazzo di via Lucrino, nel quartiere Africano. Sergio Piscitelli, è stato raggiunto da due colpi di pistola sparati dal padre Salvatore, 76 anni, medico in pensione. Subito dopo l'anziano medico ha chiamato i carabinieri: stando a quanto si è appreso, avrebbe detto di aver sparato al figlio durante una delle sue ricorrenti crisi, alle quali era presente anche la moglie. KSW-ST - 13-GIU-03 21:46 NNNNOra sono calmo e posso riprendere a ragionare.
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